Ente Olivieri Pesaro

Gli avori - cenni storici

E’ noto che l’avorio, usato già nell’antico Oriente asiatico, in Egitto e nel mondo miceneo, con fini magico-religiosi, per uso quotidiano e per ornamento, trovò ampia diffusione nel mondo greco-romano e particolare favore dopo l’avvento del Cristianesimo, in Occidente e in Oriente, ivi accordandosi con le esigenze di una società ricca e raffinata e con un’ideologia che considerava il lusso e lo sfarzo espressione di potere e sinonimi del mondo divino.

Prezioso quanto l’oro e l’argento, verso la fine dell’impero romano, l’avorio divenne di grande moda sia in Oriente che in Occidente. Tuttavia l’arte figurativa conseguente al movimento iconoclastico (726-843) provocò in Oriente una certa stasi, che si ripercosse anche nella produzione degli avori, mentre in occidente al tempo di Carlo Magno (+814), desideroso di far rivivere l’Impero romano universale, l’arte conobbe una nuova fioritura, ricollegandosi all’antica tradizione classica, paleocristiana e bizantina. La produzione eburnea di questo periodo fu attiva soprattutto nei laboratori di corte o dei grandi centri ecclesiastici e si dedicò soprattutto alle rilegature dei sacri manoscritti, ai codici, agli evangeliari, ai salteri, ai libri d’omelie, ma anche ad altri oggetti quali cofanetti o pettini, tutti impiegati per fini esclusivamente liturgici, rispondendo alle esigenze della chiesa e della sua ideologia. Dopo la fine dell’età iconoclastica, la rinascita dell’Ortodossia e il ripristino delle immagini religiose precedentemente negate, portarono a un nuovo fervore artistico che coinvolse tutto il mondo bizantino, desideroso di esprimere la sua recuperata tradizione figurativa non solo attraverso importanti mosaici e pitture, ma anche con le arti suntuarie.

L’apogeo in Occidente dell’arte della lavorazione dell’avorio fu tra la metà del XIII e del XIV secolo, grazie alla grande disponibilità di materia prima. Numerosi centri fiorirono dapprima in Germania, in Inghilterra e in Spagna ma, allo scadere del XIV secolo, la lavorazione dell’avorio e del più economico osso ricevette un grande impulso in Italia: l’atelier che si affermò con maggiore originalità nell’arte dell’intaglio di tali materiali fu la cosiddetta Bottega degli Embriachi (o degli Ubriachi), il cui nome deriva da Baldassarre degli Embriachi: attiva a Firenze intorno al 1390, essa ha continuato l’attività a Venezia tra il 1392 e il 1395 per proseguire, dopo la morte di Baldassarre, sotto la guida dei suoi figli sino alla metà del XV secolo.

La “storia” dell’avorio continua poi nei secoli successivi, sino ai giorni nostri, con oggetti sacri e profani, realizzati con tale materiale. Esso viene ancora prediletto per la facilità di lavorazione e per la possibilità di ottenere forti effetti pittorici, contrastati giochi chiaroscurali, tradotti in forme talora permeate di un classicismo limpido e levigato, ma ricco di elementi emozionali ed umani, caldi e commossi¹ (cliccare sulle immagini per allargare)¹.





Formella con Annunciazione e Crocifissione e formella con Natività e Deposizione dalla croce

Costantinopoli, inizio XI secolo, avorio intagliato

Si tratta di due formelle di pari dimensioni, stile e motivi ornamentali, facenti parte di una legatura di evangeliario. Le due placchette presentano rispettivamente due episodi della vita del Cristo: in una (immagine a sinistra) sono rappresentate l’Annunciazione in alto e la Crocifissione in basso; nell’altra (immagine a destra) compaiono la Natività in alto e la Deposizione dalla Croce in basso. Gli episodi sono incorniciati da fregi orizzontali a carattere fitomorfo, in rottura rispetto ai quali le due formelle presentano ognuna sei fori circolari per perni. Una differenza tra le due tavolette consiste nelle forme del motivo floreale al centro: di sagoma triangolare quello della prima formella, a tre petali quello del suo pendant.



Formella con cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre

Arte italiana (?), XII secolo, avorio intagliato

Acquistata da Annibale degli Abbati Olivieri attorno al 1760 da un antiquario greco o armeno, la tavoletta eburnea, fino ad oggi ritenuta parte di una copertura di un evangeliario è stata segnalata come parte di un cofanetto smembrato già nel 1964. L’opera presenta un fregio in cui è raffigurata la scena veterotestamentaria con La cacciata dei progenitori dal Paradiso terrestre ed ha un pendant in un’altra placchetta eburnea, anch’essa facente parte della collezione Olivieri, in cui è rappresentata l’Uccisione di Abele (si veda paragrafo successivo). L’avorio è di un anomalo colore brunito e, stando a voci non confermate, pare che questo sia dovuto al fatto che sia stato anticamente immerso nel tè per anticarlo. Il ritmo è cadenzato dalla triplice arcata di stile classico che, sorretta da colonnine tortili, fa da sfondo alla scena, fingendo un portico. L’angelo è colto nell’atto di allontanare con risolutezza i due progenitori, che sembrano incamminarsi, contrariati, fuori dal Paradiso terrestre. Il primo, già munito della zappetta per lavorare la terra, la seconda, turbata, mentre sembra ancora accennare delle scuse.




Formella con Uccisione di Abele

Arte italiana (?), XII secolo, avorio intagliato

L’opera venne acquistata da Giovan Battista Passeri a Ferrara, il quale, date le stesse dimensioni e la corrispondenza dei fori con la placchetta precedentemente illustrata, intuì che essa doveva far parte della stessa opera. Come nella precedente, il bassorilievo è caratterizzato da un portico che, con le sue arcata scandisce la scena in due episodi: sulla sinistra si vede Caino colto nell’atto di lanciar pietre contro il fratello (quest’ultimo, invece, sta per accasciarsi al suolo, benché sia appena stato colpito), commette il primo omicidio della storia.

A destra è raffigurato il momento successivo, cioè quello in cui il reo si giustifica con Dio. Tornano identici i motivi ornamentali classici delle arcate sullo sfondo, come i particolari capitelli, poggianti su colonnine tortili; si ripetono le fisionomie, i capelli riccioluti, gli occhi larghi, il naso camuso e le orecchie grandi ed è medesimo il modo di far cadere con leggerezza i panneggi, in pieghe codificate.

E’ Abele il fulcro della scena, ritratto in primissimo piano e per questo più grande del fratello (mirabile il piede che deborda felicemente sulla cornicetta); se non fosse chinato, uscirebbe dalla placchetta. Ai lati, si muove Caino, prima sbilanciato in avanti per lanciare ocn più forza le pietre contro il fratello, poi immobile e pensoso, con le mani strette a pugno e gli indici alzati al cielo, per cercare di giustificarsi o schernirsi dalle domande del signore. Dio appare a chiedere spiegazioni e condannare la scellerata azioni, rappresentato dalla sola mano nell’angolo superiore destro.



Placchetta con Deesis e Santi

Arte bizantina, area slava (Dalmazia?), XII secolo, lamina in avorio (?) intagliato

La piccola tavoletta, come altri esemplari della collezione presenti in mostra, fu donata all’Olivieri per la sua raccolta di avori, da Giovan Battista Passeri nel 1759. Il bassorilievo di matrice bizantina, presenta una serie di iscrizioni in lingua greca per le abbreviazioni e paleoslava nel registro superiore ed inferiore, che lo identificherebbero nel solco di una produzione artistica legata geograficamente all’area balcanica. La lamina intagliata a bassorilievo è distinta in due registro sovrapposti, entrambi sormontati da un rilievo piuttosto consumato, che riporta due iscrizioni continue con l’intitolazione dei personaggi rappresentati, in lingua greca in alto e in caratteri cirillici paleoslavi nella fascia mediana.

Nella parte superiore un gruppo di cinque figure con le aureole evidenziate, sono incardinate all’interno di una rudimentale cornice polilobata; si distingue chiaramente al centro la figura di Cristo (abbr. ICXC) in Trono, nella tipologia del Pantocratore o Cristo Giudice con la mano destra imposta in atto di benedizione, ai suoi lati si dispongono in atteggiamento supplice la Madre di Dio a sinistra (MP ΘΥ) con entrambe le braccia alzate verso di lui e a destra San Giovanni Battista il Precursore (IHΩΑΝ), con il pollice alzato, riconoscibile dal particolare della barba e dai lunghi capelli incolti. La scena va identificata con il modulo iconografico, tipicamente bizantino della Deesis (supplica), nucleo più significativo delle iconostasi d’Oriente. Questa rappresentazione simboleggia l’intercessione della divinità per sua natura invisibile verso l’umanità intera ed è ulteriormente sottolineata dalla postura dei personaggi, tutti e quattro leggermente inclinati in omaggio verso Cristo. Ai suoi lati sono le figure degli Arcangeli, a partire da sinistra Gabriele, portatore dell’Annuncio e Michele, le potenze celesti che reggono secondo la tradizione una sfera trasparente, qui appena abbozzata, con il monogramma cristologico, identificata come uno specchio per mezzo del quale scrutano il cosmo.

Nel registro inferiore è una teoria di quattro santi tutti con l’aureola, visto frontalmente e di tre quarti che scandiscono ritmicamente lo spazio della scena e alludono con la loro presenza alla preghiera e all’intercessione per l’uomo presso la divinità. L’iscrizione che sormonta questa parte della tavoletta è notevolmente usurata e ad oggi di difficile decifrazione, anche se è ancora possibile leggere il nome del secondo personaggio, a partire da sinistra, San Nicola (NИKOЛАІ). Il primo santo a sinistra, presumibilmente giovane, è l’unico privo di barba e reca in mano un oggetto, difficile da identificare a causa dell’abrasione della superficie, forse un’ampolla o una fiaschetta dal collo allungato, particolare ricollegabile in via ipotetica alle figura di San Macario d’Alessandria o San Pantaleone di Nicomedia. Il terzo porta una croce e indossa una sottoveste decorata ed è forse identificabile con San Giovanni Crisostomo.



Dittico con Adorazione dei Magi e Crocifissione

Arte francese, XIV secolo, avorio intagliato

Nella parte sinistra vediamo i tre re venuti a rendere omaggio a Cristo incarnato, rappresentati quali simboli delle età dell’uomo e visti, secondo le leggende e le codificazioni agiografiche del tempo, come espressioni del presente (il Mago maturo), del passato (il vecchio) e del futuro (il giovane). Assistono alla scena quattro angeli, di cui due affrontati e in volo, ciascuno con turibolo e navicella sotto un arco carenato, mentre gli altri nei pennacchi della tavoletta reggono delle corone in mano, tributando a loro volta l’adorazione del Cielo.

Nella valva destra, al di sotto di una serie di archetti, coronati da un fiorone sommitale come nell’Adorazione accanto, vale a dire una decorazione pseudo architettonica, è scolpito il Cristo in croce, con le pie donne che sorreggono la Vergine a sinistra, mentre nella parte opposta Giovanni è affiancato da due ebrei, di cui uno con il rotolo della Torah in mano. Anche qui quattro angeli assistono al dramma, ripetendo la simmetria della composizione di sinistra: sotto gli archi due di loro sorreggono i simboli del Sole e della Luna, gli altri, in alto, esprimono tutto il loro dolore coprendosi il volto con le mani. In più punti l’opera evidenzia tracce della doratura originale, anche nei listelli della valve.



Anta con Madonna e Bambino, Angeli e Crocifissione

Arte francese, XVI secolo, avorio intagliato

L’anta è giunta singola eppure in origine doveva far parte di un dittico o di un trittico oppure di un piccolo tabernacolo a sportelli. Il manufatto è diviso in due registri di altezza differente. Quello in basso raffigura la Vergine col Bambino tra due angeli cerofori entro un arco ogivale e un sottarco trilobato. Nel registro superiore, lacunoso, sotto un’identica e ridotta micro-architettura gotica, si trova una Crocifissione con due personaggi ai lati della croce. Quello a destra solleva con una mano un bastone o una canna e con l’altra regge una situla o un secchio: è il portatore di spugna, colui che diede da bere a Cristo l’aceto.





Anta di dittico con Natività

Arte francese (?), fine del XIII secolo, avorio intagliato

La tavoletta in origine costituiva l’anta destra di un dittico poi smembrato, i cui pezzi vennero rivenduti singolarmente sul mercato ed utilizzati come pace. La valva, scolpita interamente a bassorilievo, è risparmiata solo lungo i bordi, che fungono da cornice, sui quali presenta due intagli (lato sinistro) in cui erano alloggiate le cerniere atte ad unire il dittico. In essa è raffigurata la Natività, per questo è possibile supporre che nel pendant dovesse esserci l’Annunciazione: infatti, i due soggetti iconografici erano solitamente abbinati insieme. Tutto il lavoro resta coperto da tre fasce d’archi, senza pilastro o colonna, su cui posano, ma ricoperte da altrettanti frontespizi piramidali in stile gotico. La tavoletta di fattura seriale, si caratterizza per una lavorazione piatta, di modesta qualità, tanto da far sostenere all’Olivieri che l’artefice si fosse espresso in maniera goffa ed infelice.



Manico di pugnale con Ercole e il leone di Nemea, S. Giorgio e il drago

Arte italiana centro-settentrionale, prima metà del XV secolo, avorio intagliato e scolpito

Il manico di pugnale, ricavato da un unico pezzo e forato alla base per l’inserimento del codolo della lama (oggi mancante), è opera di notevole pregio artistico sia per la qualità dell’intaglio sia per lo stile della lavorazione. Presenta scene figurate su tutta la superficie intagliata, contestualizzate da dettagli decorativi di carattere vegetale, nella presenza di fronde arboree nella parte superiore ai lati dei personaggi principali e sulla parte dell’impugnatura più rastremata dove fungono da “quinta scenica”, inquadrando i due draghi, presenti su ambo i lato.

Nella parte anteriore la scena raffigurata sull’impugnatura del pugnale è identificabile, in consonanza con la tradizione mitografica, come la prima delle dodici prove di Ercole, l’uccisione del leone di Nemea, una belva invulnerabile che non poteva essere trafitta da lame o da frecce, proprio per la consistenza coriacea della sua pelle. L’eroe è rappresentato con il corpo in tensione a cavallo del mostro, mentre ne afferra la criniera nell’atto di menare il terribile colpo con la clava sulla testa dell’animale, con le fauci spalancate.La raffigurazione è legata al concetto di forza intesa come vigore morale, principio che doveva necessariamente fare riferimento al possessore del pugnale, forse appartenente ad un élite nobiliare, nell’identificazione finale con l’eroe rappresentato, inteso come supremo esempio di virtù.

Nella parte posteriore del manico fa da pendant la scena con San Giorgio che uccide il drago, episodio che si ricava dalle fonti agiografiche, come la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, testo del XIII secolo di straordinaria diffusione ed interpretazione in chiave artistica a partire dai codici miniati medievali. Il santo martire è rappresentato in sella al suo cavallo rampante al culmine dell’azione, nell’atto di fronteggiare la sinuosa figura del drago con il corpo a scaglie. Il tema ricalca, come nella scena precedentemente citata, significati allegorici che dovevano chiaramente ispirarsi a valori morali. Figura eroica per accezione, Giorgio di Cappadocia, si pone nell’immaginario cristiano come modello tout court di cavaliere della fede che sconfigge il male impersonificato dal drago e guida il popolo con il suo esempio di coraggio. Di particolare interesse è anche la parte alta scolpita a tutto tondo sopra l’impugnatura, nella quale troviamo la figura di un drago che azzanna un leone, tra due palme che ne contengono la scena.



Manico con Adamo ed Eva

Arte dell’Italia settentrionale, prima metà XV secolo (?), avorio intagliato e scolpito

Il piccolo rilievo intagliato a tutto tondo con le figure di Adamo ed Eva accostate che poggiano i loro piedi su un plinto smussato, proviene dalla collezione di casa Olivieri. I progenitori, scolpiti nello stesso blocco d’avorio, sono raffigurati ai pressi dell’Albero della Conoscenza che si trova alle loro spalle e prelude all’episodio  della cacciata dal giardino dell’Eden, dopo il peccato originale.

Il momento della scena raffigurato è quello in cui Adamo, l’uomo, incolpa la Donna, Eva che a sua volta si schermisce e riversala responsabilità dell’aver infranto il divieto di mangiare i frutti dell’albero proibito sul serpente tentatore, l’incarnazione del Male, che in realtà è l’elemento mancante della scena. L’intaglio abbastanza raffinato presenta alcuni caratteri riconducibili a produzioni tardogotiche, iscritte nel solco di una tradizione legata alla manifattura di oggetti quali manici di pugnali o di utensili da tavola, ad esclusivo appannaggio di committenze di alto rango, come farebbe in effetti ipotizzare la presenza di un foro al di sotto dello zoccolo, per l’ingresso del codolo di una lama o di un’altra appendice metallica, forse una forchetta o un cucchiaio.

Scettro di comando di Niccolò Trinci

Arte italiana, XV secolo, avorio intagliato
L’opera fu donata dal Cardinale Stoppani a Giovan Battista Passeri. Niccolò Trinci (? - 1421), figlio primogenito di Ugolino e di Costanza di Aldobrandino Orsini conte di Soana, Sorano e Pitigliano e pertanto fratello di Bartolomeo e di Corrado, è tra i personaggi meno noti e studiati della sua famiglia. Fu educato alla corte umanista organizzata dal padre Ugolino e dalla madre Costanza Orsini. Le cronache locali riportano a riguardo un tragico fatto di sangue avvenuto nella rocca di Nocera Umbra nel gennaio del 1421 quando Niccolò e Bartolomeo Trinci vennero assassinati dal castellano Ser Pietro di Se Pasquale da Rasiglia perché “uno di quelli signori usava con la moglie”. Lo scettro è tondo all’impugnatura mentre sul fondo liscio si trova incisa una grande T (probabilmente l’iniziale di Trinci) con una crocetta. Presenta una forma di ottagono irregolare dove tre lati sono lisci e cinque presentano dei testi in caratteri gotici che sono stati così trascritto da Annibale Olivieri:

Ihesus. Nazarenus. Rex. Iudeorum.
Miserere. Mei.
Nicholao Ionhadesi. Ave. Maria. Grcia.
Plena. Dominus. T.
Cras. daro. non. homine. nec. cras. nec.
atera. die
A. facie. draconis. locuor. mali. set. non.
Bonis
Frater. Stes. Longe. Ict. ne. Sufferas. A.
me
Iohannes. Evangelista. Ora. Pro. Me. in.
vita. ista.

 
Secondo l’erudito pesarese Olivieri, l’iscrizione risulta errata in alcuni punti, infatti non è chiaro cosa si debba intendere con il termine Ionhadesi e inoltre ritiene che la terza linea debba essere letta con la seguente versione:

Cras dabo, non hodie, nec cras, altera die.

Placchetta con figura di uomo

Arte italiana, inizi del XV secolo, osso intagliato (?)

Il manufatto, purtroppo mutilo nella parte superiore, si caratterizza per l’accuratezza dell’intaglio con il quale è delineato l’uomo nei suoi espressivi tratti fisionomici ed il suo vestito, una tunica plissettata ripresa in vita. L’individuo è colto mentre impugna una fronda (o un bastone?) e la regge dietro le spalle. Date le misure, la convessità dell’osso ed il fatto che presenti due fori per permetterne il fissaggio tramite chiodini, con sicurezza è possibile affermare che esso appartenesse ad un opera più grande, poi smembrata, forse un polittico o, addirittura, un cofanetto, simile a quelli usciti dalla Bottega degli Embriachi tra la fine del Trecento e l’inizio del secolo successivo.



“Pace” con Sant’Antonio abate

Arte italiana centro-settentrionale, prima metà del XV secolo, avorio intagliato

Il manufatto eburneo si presenta ben conservato a parte alcune scheggiature nell’angolo inferiore destro e in alto sul foro centrale. Quest’ultima lesione farebbe ipotizzare la presenza di un elemento di giunzione con un’altra placchetta superiore e quindi la sua appartenenza ad un complesso decorativo, forse un polittico, anche in considerazione del fatto che sulla parte sommitale, sia a destra che a sinistra, è possibile rilevare due elementi di congiunzione mozzati. L’intaglio presenta Sant’Antonio abate in piedi, volto di tre quarti verso sinistra, incorniciato da un’archeggiatura ogivale gotica, sorretta ai lati da colonnine tortili sormontate da capitelli fitomorfi.

Il santo, raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, è abbigliato con la veste monacale e dotato di tutti gli attributi tranne quello della fiamma, che simboleggia il potere taumaturgico del santo che intercede per la guarigione. Appoggiato al braccio sinistro ha i bastone da eremita, fedele compagno, nei suoi spostamenti, durante l’attività di guaritore dei malati e degli infermi e nella stessa mano, appena abbozzato, è forse il manico dello stesso con la caratteristica curvatura a T. Sulla veste è perfettamente riconoscibile il Tau, la lettera celeste, che identifica più in generale l’ordine dei canonici e in basso, ai suoi piedi, due maialini di cinta senese che si accostano docilmente alla sua figura. Nell’appendice destra infine è rappresentata la campanella, quasi sproporzionata rispetto alla mano, ultimo attributo identificativo del santo.

 

Note

1. Tutte le informazioni sono tratte da UFFICIO DEI BENI CULTURALI E DEL MUSEO DELL'ARCIDIOCESI DI PESARO, La stanza degli Avori.

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