Ente Olivieri Pesaro

Cent'anni di "annulli" della Provincia di Pesaro e Urbino (1852-1952)

di Romano Casabianca

I primi annulli postali nelle Marche compaiono nel 1799 come effetto della venuta dei francesi  in Italia. Prima di questa data esistevano “uffici postali”, che fungevano però solo come cambio cavalli per le diligenze; la posta veniva trasportata per corriere dopo che all’atto della partenza era stata segnata a penna la tassa corrispondente alla distanza che essa doveva percorrere.
Con la seconda venuta dei francesi nelle Marche (1808), fin dai   primi mesi di aprile tutti i capoluoghi dei vari dipartimenti ebbero  i loro annulli postali: così fu pure per il Dipartimento del Metauro, al quale Pesaro apparteneva come sede di Viceprefettura alle dipendenza di Ancona. Anche i Comuni furono dotati di annulli di franchigia per la corrispondenza di servizio. Con la caduta di Napoleone, le  Marche  tornarono  sotto il dominio  Pontificio,  ma il servizio postale rimase, anche se la direzione generale passò naturalmente da Milano, capitale del Regno d’Italia, a Roma.
Il 29 novembre 1851 il cardinale Antonelli, segretario di Stato di Pio IX, emanò da Roma,  un editto che disponeva l’adozione dei “bolli franchi”a datare dal 1 gennaio 1852 a soggetto unico: le chiavi di Pietro sormontate dal Triregno. Otto furono i valori emessi: ½ baj di colore grigio, 1 baj verde-azzurro, 2 baj verde, 3 baj bruno, 4 baj bruno-giallo, 5 baj rosa, 6 baj grigio, 7 baj azzurro. Tale diversa colorazione unitamente alle differenti cornici aveva la funzione di rendere più facile ai molti analfabeti il riconoscimento dei singoli francobolli. In seguito furono emessi l’8 baj di colore bianco, per la corrispondenza con l’estero, il 50 baj di colore azzurro  in uso solo in alcune direzioni postali e lo Scudo di colore rosa usato solamente a Roma. I francobolli applicati sulle corrispondenze, calcolando la distanza di percorrenza, venivano timbrati con l’annullo nominale dell’ufficio postale di partenza: un espediente questo, per mostrare immediatamente al ricevente la provenienza della posta e anche per evitare una ulteriore riutilizzazione dello stesso con danno all’erario. Al timbro nominale dell’ufficio venivano affiancati anche altri annulli, quali “Raccomandato” e “Assicurato” in dotazione solo agl’uffici delle Direzioni Postali, per la segnatura dei quali dovevano appoggiarsi alla propria direzione postale. La tipologia dell’annullo cambiò spesso; vi furono tuttavia località che mantennero inalterata la loro timbratura per molti anni, a testimonianza evidentemente dell’uso piuttosto raro della pratica.
Nel periodo della Reggenza,  tra il   settembre  1860 e i primi mesi del 1861, il Regno d’Italia, che era allora in gestazione, non era in grado di fornire i suoi timbri specifici agli uffici postali sparsi su tutto il territorio, così che per qualche tempo essi continuarono ad usare i vecchi timbri: nelle Marche quelli pontifici, in Toscana quelli del Granducato, nel Regno delle due Sicilie quelli borbonici e così via. Roma seguì naturalmente la tradizionale giurisdizione postale pontificia  fino al 1870 quando le truppe del Regno misero fine al superstite Stato della Chiesa.
Con  lo  Stato  Unitario,  ogni  ufficio  postale venne  dotato  di   un  suo  timbro, che originariamente comprendeva la località, la data e la regione; successivamente alla data venne aggiunta l’ora di partenza, mentre a destinazione avvenuta si imprimeva nel retro dalla posta il bollo di arrivo, dotato anch’esso di data e di ora. Tutto ciò permetteva di controllare i tempi di percorrenza e di rendere le poste rapide ed efficienti. Ai timbri “Raccomandato” e “Assicurato”, che da allora rimasero sempre in vigore, se ne affiancarono altri, come ad esempio “Verificato”, applicato su corrispondenze che godevano di particolari tariffe. Una citazione particolare si deve fare per la posta inviata nei periodi di malattie contagiose: si pensava infatti che le pestilenze potessero essere diffuse territorialmente per contagio e dunque anche per mezzo della corrispondenza. Periodi critici furono sotto tale aspetto il settembre-ottobre 1855 e anche la metà dell’anno 1865. Le corrispondenze venivano allora “disinfettate”, in maniera molto rudimentale: la lettera veniva sottoposta a tagli particolari eseguiti con appositi strumenti e quindi esposta - con l’uso obbligatorio di pinze per evitare il contagio - all’aceto riscaldato, che aveva un odore così acre da togliere il respiro anche a chi operava, dando addirittura una sensazione di morte e che quindi poteva benissimo uccidere – così si credeva - le sostanze diffusive della malattia. Solo dopo tale intervento le lettere potevano essere di nuovo tranquillamente maneggiate e inoltrate a destinazione. Una pratica questa non nuova: essa era infatti praticata anche in epoche precedenti. quando si usava disinfettare la corrispondenza bruciando legni odorosi come il ginepro, il pino e il cipresso o sostanze aromatiche come l’incenso e la mirra.

 

La collezione di annulli postali

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