Ente Olivieri Pesaro

Alle origini

A metà Settecento, precisamente nel 1756, il nobile pesarese Annibale degli Abbati Olivieri (1708 – 1789) cede alla comunità la sua cospicua biblioteca congiuntamente alle raccolte archeologiche costituite fino a quel tempo. Più tardi, nel 1787, con un nuovo testamento l’Olivieri incrementa il lascito di altre migliaia di volumi e una notevole quantità di materiale archeologico, compreso quello donatogli dall’amico Giovan Battista Passeri, il patrimonio di quello che costituirà l’archetipo di ciò che noi oggi chiamiamo Fondazione Oliveriana;un palazzo, le raccolte bibliografiche, documentarie, artistiche, archeologiche, e notevoli rendite (al tempo) per sostenere la vita e lo sviluppo di una istituzione culturale.

Soffermiamoci ora su qualche frammento estratto da questo minuzioso testamento, che sembra ricalcare altri illustri precedenti registratisi in zona. In fin dei conti se l’Oliveriana non solo esiste, ma si è in qualche modo preservata nel tempo si deve  alla lungimiranza del suo fondatore, al suo desiderio – “estinguendosi la mia famiglia”, dice – di eternizzarsi presso i posteri con opere durature di cultura in “vantaggio alla mia Patria ed ai miei Cittadini” (trascritto da A. Brancati, in La Biblioteca e i Musei Oliveriani di Pesaro, Pesaro 1976)..

In effetti  è molto calcato, nel documento, il carattere pubblico che il fondatore vuole conferire alla sua istituzione, “pubblica Libreria per uso e comodo dei miei concittadini”, ma anche Museo alla biblioteca strettamente connesso: “ordino presentemente che alla medesima libreria  s’intenda aggiunta tutta quell’altra e maggior quantità di libri si manoscritti che stampati che ho acquistati dopo e che acquisterò fino alla morte mia, siccome ancora tutto il mio Museo di medaglie antiche così d’oro, e d’argento, come di metallo, di medaglie d’uomini illustri, di monete de’ bassi tempi: Idoli, Vetri, Avori, Bronzi, Intagli ecc. nel qual mio Museo restano comprese tutte le Lucerne antiche e tutte le altre antichità che radunate aveva l’immortale nostro Uditore Gio, Battista Passeri, il quale informato della mia volontà, volle unirle tutte alle mie acciocché abbia la nostra Patria in un sol luogo a uso pubblico tutto quello, che due Cittadini nel tempo di loro vita hanno saputo ammassare (sottolineatura nostra).

L’Olivieri si preoccupa di tutto, dalla sede, “l’appartamento terreno del mio palazzo”, al danaro per il Custode e il Bibliotecario “di garbo”, per l’incremento e la conservazione delle raccolte ivi compresa quella delle antiche iscrizioni “collocate nell’atrio e su per la scala grande di mia Casa”  circa la quale,  precisa, “proibisco strettamente o in tutto o anche in menoma parte alienarla cederla o rimuoverla dal sito, eccettuato solamente il caso nel quale volesse la Città in un luogo pubblico radunare tutte le antiche memorie”. Una Congregazione di nove soggetti “per probità, prudenza e dottrina, i più cospicui” è incaricata di soprintendere alla gestione di tutta l’eredità, e anche di ottemperare a disposizioni molto dettagliate, come la collocazione di un Anemoscopio “nella prima camera o vogliam dire Sala della Libreria”.

In sintesi, dice l’Olivieri: “Dove regna oziosità, ed ignoranza, non vi può essere buon costume. Vorrei dunque che l’entrata che si ricaverà dai miei beni servisse a rendere i miei Cittadini culti, ed operosi”. La “mission” diremmo oggi, è molto chiara come lo è il modo di attingerla: “voglio dunque, che la Congregazione pensi a provvedere in Pesaro quei Maestri di scienze, che crederà secondo lo stato de’ tempi più convenire al bisogno, alla capacità, ed inclinazione de’ Cittadini […] senza conferire queste Cattedre ad alcuna Comunità religiosa […] soprattutto desidero che la Congregazione abbia in considerazione lo studio delle Leggi e della Medicina […] promuovere lo studio della Pittura, ed insieme della Scoltura, ed Architettura” e “introdurre in Pesaro qualche arte nuova”.    

Gli affreschi della Sala dello Zodiaco

 

Palazzo Almerici - Sede della Biblioteca e del Museo Archeologico Oliveriano

Il palazzo Almerici costituisce una delle strutture architettonicamente e pittoricamente più importanti sorte nel Settecento pesarese: grande portale, armoniosa facciata, arioso marmoreo scalone, stucchi, cicli pittorici e affreschi all’interno, vasto cortile, sul quale predomina un lungo ballatoio con elegante balaustrata, lungo i cui muri perimetrali e nell’area centrale è oggi esposta una rilevante serie di reperti antiquari ed archeologici.

Conduce al piano nobile e a quello superiore un monumentale scalone balaustrato in marmo, le cui pareti e i cui rampanti risultano adorni di numerosi resti scultorei ed epigrafi di origine classica, medioevale e rinascimentale, facenti parte del Museo Archeologico Oliveriano sistemato al pian terreno del palazzo.

Il primo e secondo piano, dotati ambedue di uno spazioso caposcale, risultano formati da vari ambienti intercomunicanti, quasi tutti impreziositi da soffitti a padiglione lavorati a stucco bianco e da pareti interrotte da ampi riquadri e decorative lesene. Soltanto due del piano nobile conservano ancora una serie di dipinti a tempera: la “sala dei manoscritti o del mappamondo” (già “Galleria”), attualmente adibita alla conservazione della ricca e preziosa raccolta oliveriana di manoscritti, monete e medaglie, ha il  soffitto decorato da un ciclo pittorico dipinto dall’urbinate Carlo Paolucci (1738-1803), uno dei migliori allievi di Giannandrea Lazzarini: raffigura le dodici costellazioni dello zodiaco astrologico, le quattro stagioni, il Sole e la Luna nelle sembianze di Apollo e Diana, i solstizi d’estate e d’inverno.

Di difficile attribuzione è invece la decorazione di quattro riquadri, intervallati da pitture a grottesche, presenti sul soffitto di una piccola sala adiacente a quella dei manoscritti e raffiguranti le quattro parti del mondo sino allora conosciute: Europa, Asia, Africa e America, rappresentate da altrettante figure femminili, probabilmemte dovute ad un intervento dello stesso Paolucci.

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